Pensieri

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I  mulini a vento
La canzone triste del cavaliere stanco

Uno, due…tre.
Poi altri ancora,
in fila.
Fanno paura, perché tanti.
Non a me.
Sono abituato a combatterli.
L’abitudine all’abitudine, questa sì, mi fa paura.
Li affronto da sempre,
i mulini a vento.
Con impeto e orgoglioso coraggio.
Appena abbatto uno, però,
ne ricresce un altro, con maggior vigore,
lì più avanti, nella fila.
Cattivi? Forse io! Prepotenti.
Immensi, ubbidendo non si sa a quale logica, perfettamente allineati,
sgraziati nel loro proporsi,
bianchi o neri come se il fatto fosse indifferente.
A loro, non a me!
Lì, pronti ad affrontarmi in un duello numericamente impari.
Indietreggio. Non voglio mollare!
Affettano l’aria con le loro grandi pale mosse dal vento della memoria.
Rivoltano le tue carni,
s’incuneano sotto la tua pelle,
ti occupano i pensieri.
Lì, martellano, dolorosamente le tue viscere.
Da sempre, lì.
Da quando ce li hai messi.
Non ti abitui al dolore.
Non puoi; forte, continuo, subdolo, struggente.
Come il roteare del mulino
intensamente ti penetra, fende, taglia.
Nel loro girare rivivono ricordi; morti!
Una sorta di rincorsa finale; quella della vita.
Dove all’assottigliarsi del futuro, corrisponde l’avvicinarsi remoto del passato.
Un giorno, a breve,
non ci sarà più il vento ed i mulini non si muoveranno.
Ed io finirò di lottare.

Il sole nasce ogni mattina bruciando il buio della notte,
sempre in modo diverso, increspandosi gioioso nel mare.
Mare che nella burrasca della notte s’è ripreso le conchiglie,
lasciando la sabbia liscia dove s’imprimono le mie tracce.
Sono strani i colori stamattina,
il cielo grigiastro sembra tuffarsi nel mare.
Candidi ossi di seppia adagiano qua e là.
Una miriade di vongole giacciono svuotate dalla cena di qualche sirena.
Provo tristi sensazioni in un giorno qualsiasi.
Raccolgo un sassolino.
Li raccolgo spesso.
Sempre diversi, dai colori screziati.
M’incuriosiscono le forme:
più sono piccoli e strani, più hanno sofferto nel lungo percorso dalla montagna.
Quelli arrotondati, tutto sommato, si sono arrotolati con allegria,
gli altri scheggiati nella guerra fratricida.
Chissà quante emozioni hanno raccolto e quante cose hanno visto.
Ora sono immobili in un luogo non loro,
in attesa della fine della corsa,
rassegnati come cani randagi,
raccolti dagli uomini che pettinano la sabbia.
Un giorno lo riporterò alla montagna!
Levo la maglia.
Il vento spinto dal mare sembra darmi una nuova forza.
Sempre gli stessi visi le stesse forme, sfumano sulla superficie liscia.
Malinconici ombrelloni chiusi salutano la suora di ieri alla ricerca dell’assoluto.
Pensieri che s’impigliano nelle stelle speranzose di luglio,
il mio corpo infossato nel cuscino sudato di un’estate qualsiasi.

Da bambino, scevro da maliziose conoscenze,
consideravo l’avvento della notte non foss’altro
che l’intervento dell’esercito delle nuvole
a nascondere il sole.
Poi per la stessa magia,
che si ripete ad ogni alba con assoluto sincronismo di elementi
che seguono ordini sconosciuti, le nuvole, pian piano,
si dissolvono rischiarando il cielo,
mettendo a nudo la calda bellezza del sole.
Solo ora, con la pretesa dell’analisi,
o meglio, il tempo in cui si tirano le somme,
mi chiedo che momento del giorno è
quando la luce è velata dalle nuvole.
Come se una parte dell’esercito,
disubbidendo a chi le muove,
rimane a velare il sole.
Forse da quell’ormai lontano e fresco periodo,
in maniera inconsapevole,
nacque l’amore per la poesia e lo stupore puro
per la magnificenza del sole e della luna,
per l’immenso infinito del cielo e del mare,
che la stessa cosa sono,
nella percezione dell’assoluto della bellezza.
Vivo d’idee, o meglio ho un’idea (vaga) di vivere.
Idea. Strana cosa le idee, a contatto con la realtà si squagliano come i cubetti di ghiaccio al sole.
Ritornano all’aspetto iniziale. Deforme, privo di lineamenti, di limiti, capace di pervadere come di rimanere circoscritta; può allagare oppure essere assorbita; non ha odore, né colore, né gusto, ma lo può assumere. Si può incendiare improvvisamente, come può rimanere assopita in eterno. Non ha suono, ma si può far sentire. Non ha inizio e non ha fine. Non conosce regole, ma le può creare. Si delinea, cresce, prende forma, no, anzi, si cancella in parte, riprende a formarsi, si modella, si plasma, prende consistenza, matura, diventa; è! L’idea.
Della leggerezza del pensiero e della pesantezza dell’apparire
Per dimostrare ciò che si è, o che supponiamo essere, lo esplichiamo nei modi che più ci sono consoni; quelli in cui ci riusciamo meglio (nell’apparenza e nell’apparire). Non per questo, il risultato, non quello inteso e sperato, ma quello reale di chi è o lo suppone, è assoluto e definitivo.
Ci proponiamo nei più svariati concetti comuni; bellezza, fisicità, ricchezza, potenza…
Proposte ovviamente interessanti, ma in quanto uniche; prepotenti. Impongono il proprio Io come nucleo centrale ed esclusivo, pertanto unico e arrogante, che non ammette confronti, considerato che è assoluto, perché ritenuto proprio, e come tale va accettato. Con il paradigma, che il pensiero, concime dell’idea, che la fa nascere, crescere e pone le condizioni ideali alla sua realizzazione, è qualcosa di assoluto, perché soggettivo ma rivolto agli altri, non nella sua verità (relativo = soggettivo = io), ma nella sua universalità (pensiero = idea = bene); possiamo affermare che il pensiero è la massima espressione umana.
La più alta sensibilità che possiamo dimostrare alla bellezza che non ci appare!
Possiamo, altresì, affermare che nessuno si è mai girato a “guardare” un pensiero!
…trovato fra le pieghe del mio pensiero il 26 maggio ‘05
Il mio ennesimo momento di mera nera riflessione.
Attività, quella del pensare, che a me piace sopratutte; e credo di riuscirci bene. Se le stesse potenzialità potessi esprimerle nel sesso e nei soldi, con ogni probabilità non sarei uno pseudo intellettuale fallito con titubanze varie. Quando il pensare è creativo, meticoloso, tecnico, organizzativo, sognatore. Quando tutto ciò diventa introspettivo la creatività lascia il posto alla negatività, che si  può immaginare in una sorta di buco nero, una voragine in cui sprofondo, più cerco di arrampicarmi maggiormente m’accorgo che le pareti, da me cosparse di olio, non mi permettono un appiglio. E io sprofondo, mentre su, la luce, si fa sempre più fioca, le voci sempre più lontane, nel vuoto nero, dove non ci sono forme, dimensioni ne sentimenti; solo il nulla della tristezza incupito dai colori della solitudine.
Spesso queste situazioni me le creo da solo andando a rovistare dolorosamente ed autolesionisticamente con il coltello affilato dalla mola della mia autocritica fra le pieghe e le ferite del mio passato e recente. E nell’amara torta della vita, più si assottiglia la fetta del futuro, maggiormente aumenta quella del passato; quasi mai felice, spesso molto triste, vissuta sempre da solo, da quando ero troppo piccolo per difendermi a ora che sono troppo “cresciuto” per lottare. Sempre contro quei stramaledettissimi mulini a vento, da triste cavaliere solitario. In una storia poco epica; solo, neanche il ronzino Ronzinante. Lì posso decidere, forse lo fa il mio inconscio, di chiudermi al mondo intero; “democraticamente” ai miei occhi reo di chissà quale colpa. E solo io, soprafatto dal dolore che mi sono creato, posso riaprimi a ciò che fino a qualche attimo prima rifiutavo.

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